THE PLENITUDE OF THE VOID.

The ability to taste the plenitude of the present moment is one of the more prominent fruits of meditation – or meditations, given the wide range of existing practices in Eastern and Western cultures –. This invitation to be grounded in the moment differs from the well known Horace's carpe diem, as during meditation one does not enjoy every moment as if it were the last, but tries instead to grasp the incessant fragmentation of the stream of consciousness without judging it, acting like in front of a play in which one is part of the audience rather than an actor.
Contemplation or equanimous observation is very common in Buddhism. It consists essentially in paying continuous attention to the succession of sensations and thoughts that distinguishes the waking state: emotions, proprioceptions, perceptions, more or less verbal thoughts. Each experience here is observed in its sudden reveal to our consciousness, until it plunges into the abyss, hastily replaced by others, without the meditator needing to force the process in any way, or doing anything other than observe, and, at a later stage, try to refrain from any judgment.

From the very first sessions, applying myself to this practice has somewhat changed my relationship with my own consciousness. Focusing on a specific sensation is not easy at all – it’s true what they say, the mind is “a mad monkey” – and even just trying forces us to deal with the inexhaustible fragmentation of consciousness. It was hard to sneak into the ever-widening spaces between conscious experiences. I tried and tried again, and then even something as short and simple as inhaling and exhaling, slowly began to expand into previously unknown nuances, blooming in heightened perceptions that were hiding behind gestures I had taken for granted. Gradually, my consciousness was becoming less and less mine, and that of the others’ ever fewer theirs. The hardest part, however, was getting rid of the “I” that is usually part of the idea that “I’m meditating”. I was getting lost, but actually it felt good. In a sacred Kashmiri Shivaism book called “Vignana Bhairava Tantra”, the god Shiva offers a hundred and twelve advices to his divine partner Parvati; one of them states: “When breath is all out (up) and stopped of itself, or all in (down) and stopped — in such universal pause, one’s small self vanishes.” The most beautiful flower does not bloom in nowness, but in the ineffable ground between a moment and the other, a microscopic but endless space that meditation teaches us to expand, explore and nurture. It’s within this short pause between existence and nonexistence that reality lies in all its paradoxical plenitude, where the void is so filled with emptiness that it bursts with an overloaded fullness. Although meditation has already taught me that in the zero amongst various moments lies an infinite, to live there, that’s actually the hardest part.

Meet the Author

Philosopher and visual artist, Francesco D’Isa works as editorial director for “L’Indiscreto”, besides writing and drawing for various magazines. He exhibited internationally in galleries and contemporary art centers, and his philosophical practice led him to explore both Eastern and Western meditation. After his debut with the graphic novel “I.” published in 2011 by Nottetempo, he wrote various essays and novels for Hoepli, Effequ, Tunué and Newton Compton. His latest philosophical essay “L’Assurda Evidenza”, from 2022, has been published by Edizioni Tlon, and his latest novel “La Stanza di Teresa” has been released in 2017 by Tunuè.

ITALIANO

Tra le lezioni della meditazione – o delle meditazioni, data la grande varietà di pratiche esistenti, da Oriente a Occidente – primeggia la capacità di assaporare la pienezza dell’istante presente. È un invito diverso dal carpe diem di Orazio, perché nella meditazione non si gode di ogni istante come se fosse l’ultimo, ma si cerca di cogliere l’incessante frammentazione del flusso di coscienza senza giudicarlo, come davanti a una recita in cui più che attori si è spettatori. La contemplazione o osservazione equanime è molto comune nel buddismo e consiste essenzialmente nel prestare una continua attenzione al susseguirsi di sensazioni e pensieri che contraddistingue lo stato di veglia: emozioni, propriocezioni, percezioni, pensieri più o meno verbali. Ogni esperienza viene osservata nel suo veloce emergere alla coscienza per poi inabissarsi ed essere sostituita da altre, senza che chi medita forzi in alcun modo il processo, ma limitandosi a osservare, e, in una fase successiva, cercando di astenersi da ogni giudizio di valore.

Applicarmi a questa pratica ha cambiato fin dalle prime sessioni il mio rapporto con la mia coscienza. Concentrarsi su una sensazione specifica non è affatto facile – è vero quel che si dice, la mente è “una scimmia impazzita” – e il solo tentativo mette di fronte all’inesauribile frazionamento della coscienza. Mi riusciva difficile infiltrarmi negli spazi sempre più ampi tra le esperienze coscienti. Ho provato e riprovato e lentamente anche qualcosa di così breve e semplice come inspirare ed espirare si è dilatato in sfumature prima ignote, ed è sbocciato in quelle percezioni aumentate che si celavano in gesti che davo per scontati. La mia coscienza stava diventando sempre meno mia, quella degli altri sempre meno degli altri – la parte più difficile è stata eliminare l’"io" dall'idea “io sto meditando". Mi stavo perdendo, ma mi sentivo bene.

In un testo sacro dello shivaismo kashmiro, il Vignana Bhairava Tantra, il dio Shiva offre centododici consigli alla sua divina compagna Parvati; questo è uno di essi:«quando il respiro è tutto fuori (su) e si ferma da sé o tutto dentro (giù) e si ferma – in questa pausa universale il piccolo io individuale svanisce». Il fiore più prezioso non germina nell’istante presente, ma nell’ineffabile parentesi tra un istante e l’altro, uno spazio microscopico ma infinito, che la meditazione insegna a espandere ed esplorare. È nella breve pausa tra l'esistenza e la non esistenza che giace la realtà in tutta la sua paradossale abbondanza, con il nulla così pieno di vuoto da esplodere in un eccesso di pienezza. La meditazione mi ha già insegnato che nello zero nascosto tra ogni istante si trova un infinito, ma viverci, questa è la parte più difficile.

Sull’Autore

Filosofo e artista visivo, Francesco D'Isa lavora come direttore editoriale de “L'Indiscreto”, oltre a scrivere e disegnare per diverse riviste. Ha esposto a livello internazionale in gallerie e centri d'arte contemporanea, e la sua pratica filosofica lo ha portato a esplorare la meditazione sia orientale che occidentale. Dopo l'esordio con la graphic novel “I”, pubblicata nel 2011 da Nottetempo, ha scritto vari saggi e romanzi per Hoepli, Effequ, Tunué e Newton Compton. Il suo ultimo saggio filosofico “L’Assurda Evidenza”, del 2022, è stato pubblicato da Edizioni Tlon, e il suo ultimo romanzo “La Stanza di Teresa” è uscito nel 2017 per Tunuè.

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